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Lettere, sillabe e parole d’amore intrecciate

Lo sai, che qui quasi tutte le parole ti appartengono.
Portano a te le interiezioni, le assonanze, le evidenze, le coniugazioni, i rimandi.
Sono per te le lacrime, che scorrono come inchiostro dalla penna; è tuo il sangue, che stagna come rivolo attonito nella sottolineatura di certe parole amare. …
Amare… che incantevole equivoco nella sinonimia…

Non sono così ingenua, lo sai. Non ignoro né mi lascia indifferente che le parole di una “lettera d’amore” siano anche rimproveri, proteste, ammonimenti, ammonizioni. Insieme ad ogni virgola, alle pause, alle parentesi.
Sai che leggo – dove altri vedono preghiere – imperativi, suppliche, esortazioni.
Lo so, lo sai, che il racconto può farsi speranza, rievocazione o nostalgia. E una carezza fatta con l’indice teso a indicare la via.
Lo sai, qui i periodi ti trasudano. Gli ipotetici, le causali, le finali e la grammatica intera in bilico tra cronaca e fantasia.
Sei persino foglio, lo sai. Ed anche quando sei fuori, la tua assenza è una traccia.

Schivo gli scogli. Solo in parte lo sai.
Pescatrice di profondità, so a menadito l’importanza vitale del restare in superficie. Nemmeno gli scandagli dei tuoi occhi sanno davvero quanto io nuoti a fondo, quanto mi immerga in quei fondali dove il sole è bandito. Fermi tutti questa è una rapina, grida.
Neanche ai tuoi occhi sonda di mare e terra appare quanto io conosca e indaghi discreta, schivandoli, gli arabeschi di sabbia di certi fondali.
La superficialità è una scelta per il palombaro che non ignora quali anfratti sottomarini è d’obbligo ignorare.
Nuoto di superficie, carezza che la vibrazione acquatica porta sul fondo del fondo nel patto muto e mutuo di reciproca ignoranza.

Come sai, non ci sono ispirazioni che ti prescindono dentro il polmone bianco che innalza il diaframma di un’idea e si incaglia nella gabbia ossea di emozioni multiple, come scheletri allo specchio, ritti e retti. Come pesci sentimentali incagliati dal drenaggio di corrente tra il ventricolo e lo sterno.

Qui quasi tutto ti appartiene. Filo trasversale alla trama, hai ben diritto di sorridere o tremare. Sono tue le parole, per te le lacrime, tuoi i buchi vuoti lasciati da puntine rimosse dei non detti arresi; tuo il sangue quando ho voglia di ucciderti. E non tremare di quanto tu stesso avido chiedi ad ogni donna in odor d’assassina che faccia vibrare le vibrisse del tuo naso al vento, intento ad annusare il profumo della vita.
”Uccidimi!…”
Ti son parsa disarmata così tante volte, ogni volta che t’è cresciuta la voglia di lasciarmi andare. E non sorprenderti. Potrei arrivare a ficcarti un coltello nel cuore, e tu lo sai che non sarebbe lama o ferro, ma solo un impudente ed imprudente troppo affilato pegno di nuovo amore.
No, non tremare. Lascio ad altri terrorismi e terrori.
Qui ogni parola ti appartiene, ma come il vento è innocua persino se schiaffeggia il viso di rimando.
Io sono cenere e carta, fiato e increspatura di superficie. Non tremare.
Morirai vecchio sulla terra ferma quando da tempo mi avrà portata alla deriva un singhiozzo di mare. Nell’atollo di un ricordo, forse, non misurerai con il troppo il tanto.
Ci sono cose che sappiamo senza dirle.
Altre che non ci diremo mai.
Lo sai. Qui tutto ti appartiene. O quasi.

rita

(Prime parole di un’agenda nera, un giorno che per caso è di marzo e porta inciso 23 sul dorso)

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