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SempliceMEnte

Smettete di leggere. Fatelo subito.
Smettete ora, sì, se non vi piacciono i diari.
Questa è una pagina di diario. Dunque smettete subito.
Perché dopo anni di blog, in compagnia tenace di pochi ma fidati e amatissimi lettori coraggiosi, oggi ho una voglia impellente di fare uno strip deciso da ogni letteratura e parlare di me.
Semplicemente. E semplicemente dire cose semplici, senza cercare le quinte protettive di storie che non mi narrano meno ma mi lasciano spazio per una fuga apparente.
Oggi no. Oggi voglio parlare di me, semplicemente.
Questo è un momento nel quale mi sospinge un’impellente urgenza di onestà, semplicità, appunto; e una violenta voglia di aprirmi le cerniere dell’anima.
Chi legge questo blog da molto tempo, e con una ammirevole e sorprendente costanza (di cui ringrazio grata), sa che questa è una fase estremamente complicata e dolente della mia vita.
Ci sono dolori che entrano troppo in profondità perché sopravviva la forza di sostenerli con solitaria dignità.
Sono molto vulnerabile. Come un bambino seduto sul marciapiede, che piange e ad ogni passante vuole spiegare perché.
Zaritmac è stata fin qui così indulgente da prestarmi la velina sottilissima di inconsistenti storie per malcelare, e di più svelare, vicende e travagli assolutamente personali.

Oggi mi urge un recupero di autenticità. Tutta la vita non ho fatto che nascondermi o proteggermi dentro le parole, nelle tane delle storie.

La semplicità, il bisogno vitale di onestà, la spinta inarrestabile alla chiarezza limpida di un dipanarsi semplice mi sono stati forse versati dentro dalle interminabili piogge di un’India che ho camminato coperta di fango e assetata di senso, e oggi poco racconto perché mi pare non ci sia da dire niente se non viverla. Le notti sulle terrazze di un Nepal tinto di grigi e di verdi mai visti mi hanno scavato nella trachea un bisogno d’aria che si faccia fiato lieve di un bambino. O forse è stata un’amica inaspettata e improvvisa che mi ha convinta che a piangere sbattendo la testa dietro una porta chiusa si fanno più scuri i lividi e più amare le lacrime.

Sono tornata all’unica condizione che mi ero posta: la certezza di aver conseguito una irreversibile comprensione. Non quelle verità tutte vere e parziali che si elidono a turni alterni tra loro.

Oggi, le due o tre persone che mi hanno sentita parlare – per altro le meno intime tra le mie conoscenze – sono rimaste sorprese dalla lucidità con cui maneggio le cose che ho compreso, ho spiegato, senza più controargomentazioni che le scuotano. E, dentro di me, io sono pacificata dall’empatia, la condivisione, la com-prensione che sono riuscita a conseguire; con l’unico rammarico di sapere che mai, chi ne è oggetto, fino in fondo veramente saprà fino a che punto e fino a quanto a fondo io abbia compreso. Forse se ne sorprenderebbe e ne sarebbe commosso non meno dei miei due o tre sovracitati ascoltatori. Ma questo è davvero troppo intimo. E, sebbene, mi resti dentro col rimpianto di un ulteriore dare che non posso dare, rende infinitamente ricca me.
Sorrido e piango con identica intensità, sorrido e piango la stessa pace interiore, sopravvissuta all’uragano. Questa pace che è necessariamente, contemporaneamente, lo strazio più profondo e la più intensa, ma intima, veramente intima consolazione. La pace può non essere una stasi eterea; può avere la forma di una ferita aperta dalla quale sgorgano insieme il dolore e la forza per sostenerlo.
Comprendere le ragioni della propria ferita, al punto da sostenerle e amarle per empatia come si ama la mano che sostiene la lama. Non vederla più la lama. Lasciare che siano gli altri. E tenersi la ricchezza invisibile di una visione interiore che no, veramente no, non si ha bisogno di mostrare o ancora spiegare o dimostrare.

Ma volevo scrivere parole semplici…

Chi legge da molto questo blog sa – anche perché spesso coincide con lo stuolo di amici che affettuosamente mi parla e con stoica pazienza mi ascolta – sa, dicevo, che esco da una storia d’amore. La più bella che la mia o qualsiasi più degna penna avrebbe mai potuto immaginare.

Esco.

Sono quattro lettere sulle quali mi fermo, chiedendomi se poi sia vero che una storia d’amore abbia davvero una porta d’uscita. Se una storia d’amore è un pezzo di vita;… e non sono certa esistano vere vie di fuga dalla propria vita. E mi domando se non abbiano ragione i gravi occhi azzurri di una cara amica con un nome d’angelo nel ripetere, come una condanna, che ci sono ricchezze di cui non ci si libera mai, nemmeno quando si arriverà a volerlo forte. E con libidine adotto, senza trascriverla, la formulazione meravigliosa che di questa condanna ha fatto Rosangela… Quanti angeli al mio fianco sul sentiero del mio inferno!…

Chi mi legge, forse, non sa altro che esco da una storia d’amore. La più intensa e tormentata che potessi mai desiderare. Ora, dal momento che questo momento è molto più che l’attraversamento di una porta a senso unico, salgono a galla dalle mie profondità molte altre varie e sfaccettate e meno sfacciate facce della mia attuale tribolazione esistenziale. Ciascuna rivendica a buon diritto il suo diritto a mostrare il suo peso su questa stadera che oggi non “arde come un’allegra candela”, ma si schianta al suolo come un elefante abbattuto.

In fondo non si ama che per pretesto.

In fondo la fine di un amore non è che un grimaldello che fa leva sui sigilli fragili di un vaso di Pandora dal quale si spargono nel vento tanti e tanti altri e variegati dolori.

In fondo non si ama che per pretesto. Il più bel pretesto per fingere un senso alla vita, l’amore.

Ma ce ne siamo condivisi il disincanto. E il disincanto è un lievito che gonfia a dismisura il valore dell’attimo, che amplifica al cielo il tic di un istante, che imbeve fino nel profondo il significato e il valore di ogni gesto che si sa caduco.

Ci si innamora per pretesto. E ci si appassiona più stretti sulla zattera alla deriva nell’onda del disincanto. Si vive nonostante, e nonostante ci si ama, per una frazione di istante, il tempo del rinculo di un toc sull’eco appassionata di un tic. Si condivide il disincanto. E, in tempo di bilancio, mi appare un valore aggiunto. Com’era in principio, … che pare una preghiera.

Abbiamo spezzato un pane destinato al consumo in esemplari unici di bocconi contati. Guardandoci negli occhi franchi. Senz’alcun bisogno di parlare d’amore.

E oggi non baratterei questa onestà con nessuna forma di illusione o autoinganno, che non sarebbe stata congeniale alla curva delle nostre labbra e alla forma delle nostre penne; spietate e tenere, come la vita. Come una vita che non cambierei. Qualsiasi sia oggi la forma e la curva della mia pena.

Non resta alcuna asprezza, quando si strizza il cuore fino all’ultima goccia nelle profondità allagate di tutte le lacrime possedute sul fondo di un pozzo percorso con l’incoscienza del coraggio in un viaggio che fu ricerca, conoscenza, sperimentazione radicale, senza appello – e necessariamente senza pietà – della circonferenza intera della propria disperazione, della propria confusione, delle proprie deflagrazioni interiori, delle devastazioni scavate da un risucchio vertiginoso dal pieno totale al totale vuoto.

Altri avrebbero trovato altre vie. Io non avrei saputo camminare che questa.

Se una storia d’amore o di vita ha una porta, o un simulacro di uscita, questa è, per la forma del mio corpo e del cuore, la sagoma attillata del dolore spolpato fino all’osso. Nessuna pietà. Nessun residuo. Nessuna scorciatoia. Altri, lo so, praticano e consigliano vie che mi sembrano bordostrada di puttane pronte a vendere il proprio senso per sopravvivere; io no, io non avrei potuto buttare l’acqua sporca col bambino ed annegare nel negare. Ché negare è negare prima e peggio sé.
Nessuna asprezza. Una morbida, redenta, illuminata tenerezza.

Partita senza biglietti di ritorno, io non avrei saputo perseguire altra meta. Non resta alcuna asprezza; solo il rammarico d’aver perso una ricchezza e l’orgoglio di averla posseduta. E nessun rimpianto, nel pianto. Nonostante il pianto.

Certo, sono cambiata.

Sono cambiata molto più di quanto dia a vedere, molto più di quanto si accorgano le persone vicine o lontane da me. E cambiare, a volte, è un dolore intollerabile, da cui non si potrà mai più prescindere, nemmeno dopo aver compiuto la svolta.

Ci sono momenti della vita irreversibili. Necrosi. Cauterizzazioni senza ritorno.

Negli ultimi mesi la mia vita, sì, è stato un viaggio. Non importa il numero delle tappe, il susseguirsi dei fusi orari, i nomi delle città o delle strade e delle vie senza targhe, i treni partiti e quelli rinviati, gli aerei presi e quelli persi. Non c’è nessuna soluzione di continuità. Questi mesi sono stati un viaggio. Un unico viaggio che, se avessi avuto più forza, o se avessi avuto meno coraggio, avrei potuto viaggiare tra le pareti di una stanza di questa casa, perché il percorso era tutto dentro di me.

Ridire delle mete, specificare le destinazioni e i punti di partenza è un impresa troppo ardua anche per la più sadica volontà diaristica. E poi mi resta un pudore che ha una cifra tutta mia. Ignara a qualsiasi altra forma di intimità.

Qualche giorno fa mi infilava brividi nelle vene l’entusiasmo ammirato di un collega-amico che perorava la causa di lasciare che gli regalassi un’ora per raccontargli le emozioni di un viaggio che a lui, lui che del Viaggio ci è sempre parso l’incarnazione e l’anima, pareva far brillare gli occhi di febbre e affettuosa invidia.

Eppure io non potrei che descrivere le superfici; tutto il resto è un tonfo troppo profondo in inaudite discese che nessuno potrà/dovrà immaginare mai.

E questo viaggio da cui sono tornata a metà non è solo i colori dell’India, i rumori e gli odori e i sapori e la gente del Nepal e i mille suoi occhi. Questo viaggio è un’Europa taciuta e iniettata nell’anima come vetriolo endovena. E’ una scivolata a picco di indescrivibile tragicità. Ma non è di questo che voglio o posso parlare.

Ci sono, dunque, momenti della vita irreversibili. Momenti che, della vita, azzerano il timer.

Potrei tirare fuori dalla tasca i tre o quattro punti che hanno cambiato il corso della mia esistenza facendo di me quella che ero. Quella che sono oggi è un divenire sospeso imbozzolato in un filo spesso che ancora non è tempo di dipanare.

Quest’anno è senza dubbio da annoverare tra i peggiori della mia vita. Lo scrivo così, con estrema semplicità; come semplice era lasciarsi inzuppare dalle piogge di un’Asia generosa e schiva, irruente e timida.

E con parole ancora più semplici, quali si confanno ad un diario, aggiungo che, semplicemente, io non sto bene. Che è molto più e molto più complesso di quanto possa aver colto chi ha avuto finora la generosità e la pazienza di sentirmi parlare, e molto meno parziale di come appare nelle estemporanee esternazioni che ogni volta non hanno mostrato che un lato del viso e coperto l’altra faccia.

Ma non è una fase tragica “io non sto bene”, è piuttosto “drammatica”, qualcosa che si dipana “agisce” in un percorso lento. Nell’impellenza del pianto, al centro del braciere di certi dolori che incendiano, si grida o si sussurra “io sto male”. Ecco, mi sembra che questo sia passato, ma se fossi incline in qualche modo a preoccuparmi di me stessa, direi con una certa lucidità che non stare bene è una condizione molto più problematica. Star “male” implica un’urgenza. Non stare “bene” esige un percorso. Di straordinaria lentezza, appunto, e complicata ricostruzione.

Non sto bene nel mio tempo. In nessuna delle sue dimensioni. Per motivi diversi, il passato brucia, il futuro spaventa, il presente soffoca. Sono come al centro di un incendio. Un silenzioso incendio. E sono io che ardo. L’epicentro.

Non sto bene nello spazio che occupo, in nessuna delle sue coordinate. Sono ovunque e comunque squilibrate le distanze e le vicinanze, le misure e i movimenti, le posizioni e i gesti. Il mio spazio è un sisma di cui io sono la faglia. L’epicentro.

Resto timida come un coniglio nano, “a pesar” (non ho mai saputo trovare un’espressione migliore in italiano) della forza che mi si legge addosso, nell’incedere, nel piglio, nell’apparente autorevolezza, in quello che qualcuno, portandomi a sorridere di sofferente ironia, ha chiamato “carisma”.

C’è l’amarezza di una commedia ben recitata senza averla mai messa in scena, né scritta o programmata; una sorta di condanna alla negazione della carezza sulla crosta dura che contiene la mia atavica fragilità. Ma questo è davvero troppa vita.

Dovrei parlarvi di mio padre, della sua morte nella mia adolescenza, di una visita in ospedale, del sangue di una trasfusione e dei pianti segreti in un cesso.

Ma questo, mi spiace, sono discorsi da letto. Quei racconti d’anima che scorrono lenti tra due corpi stesi accanto, incollati dal sudore di un amplesso appena sfumato e ancora caldo, o madidi di un desiderio montante ma paziente e discreto, avido delle tenerezze del prima che spesso, molto spesso, passano e si ramificano attraverso il miracolo fiorito delle parole.

Dovrei parlarvi di una canzone che non ho più sentito da quando mia mamma ha chinato il capo e si è preparata a morire, per terminare nelle braccia del mio fiato sfinito e addormentato.
Ma queste sono intimità che si scambiano con gli occhi e le mani intrecciate, forse mentre fa sera, col pudore violato che tanto più forte mi vibra dentro di quanto io ne senta nel parlare di sesso o nel farlo.

Oggi, oggi, nell’anno della perdita, la perdita di questa intimità, la perdita irrimediabile di questa intimità permea in maniera lancinante il panorama del mio malestar, una parola che mi hanno insegnata come ottimista rispetto all’italiano malessere, ma che a me suona inamovibile come lo è per definizione uno “stato”.

Il mio corpo, pesca raggrinzita nel buio delle lenzuola e delle notti nude e mute, “sta”. Male. Un fiore casto con dentro un cuore osceno che arde. E questo aspetto nudo del dolore non è poco. E non accetta redini. Il desiderio è un nemico infido. Indomabile. Arriva in groppa alla solitudine e sparge sale sulla pelle scoperta che si offre al vuoto.
La solitudine. La solitudine è un luogo. Non solamente una condizione. E’ un luogo, esattamente un luogo. Un luogo che può essere affollatissimo, assordante. Un luogo interiore da cui è difficile scappare.

Un luogo che trascende la folla, un luogo che ci incarna e condanna.

Non ha una serratura sola, la solitudine. E’ un prisma composito. Una sfera plurisfaccettata che non rotola. Un’unica nota stridente e assordante che si estende ininterrotta.

La solitudine è tra le più complesse condizioni di sofferenza dell’umanità. La tragedia meno cruenta è più letale.

Non c’è carcere più duro di una cella di isolamento.

La solitudine ha l’amarezza asprissima di un anacronismo. Parla le parole che non si dicono più, si stende nei luoghi svaniti, batte le ore passate.

La solitudine è una malattia. Lo dico con certezza. E’ causa, stato e conseguenza di una patologia infida che mina con dolcezza senza il bisogno di gridare allarmi disperati.

La solitudine è disarmante quanto un silenzio ostinato contro cui si sbriciola ogni ira, ogni rabbia, ogni emozione. E’ un muro.

La solitudine è La perdita. E’ l’essenza stessa della perdita, il suo sapore. Nelle congiunture strane della mia attuale vita affollata, è una nota dominante, una stella che non si spegne, e stanca gli occhi, e lascia sempre accesa la luce, anche quando vorrei riposarmi.

Per contrappasso agisce, la solitudine. Per contrappasso vince e si erige. A faccia a faccia si può tentare di ignorarla, o di giustificarla, ma splende invitta e terribile confitta al centro della folla.
L’anno della perdita, l’anno della solitudine. Quest’anno dove tutto è cambiato, e dove tutto è tutto. Molto più di quanto appaia.

La vecchiaia. La richiama una rima? No. La vecchiaia è un’altra parola semplice. E’ un’ombra che mi accompagna fin da quando ero bambina. Come la solitudine, anche la vecchiaia è un luogo. Un luogo dentro di noi, un luogo dove non so stare. Sebbene non siano poi così tanti i miei anni e “dalle macchine per noi, i complimenti del playboy”…, oggi più che mai, strana ironia…

La vecchiaia è un’occasione che si ripresenta, una minaccia e una ragione.

Il desiderio, la vecchiaia, la solitudine. Un trio di guitti tanto più forti di me, che mi aspettano in camera, a sera, seduti sul letto.

Anche per questo ci vuole troppa intimità, troppa spudoratezza.

Sebbene questo sia un diario, io non posso che sfiorare gli aculei di questo malestar che solo con un atto di ingenua pietà si potrebbe ridurre a una lettura sola e ad una sola dimensione.

La semplicità delle affermazioni limpide fa i conti in continuazione con le barriere del mio pudore a scoprire le ferite più profonde. Più profonda di tutte – ve la lascio solo intravedere – la perdita dell’unico canale auricolare capace di guardarmi oltre e dentro o dell’unico occhio dotato di facoltà d’ascolto.

Ci sono solitudini, perdite, alle quali veramente non esiste rimedio. E necrosi da cui davvero non si ritorna indietro.

E gocce, gocce che sono oceani. Schizzi che idratano, sebbene scorrano in correnti che vanno via. Schizzi e gocce ai quali, con le mani tese e le labbra mute, non si può che essere grati nel buio delle notti da luoghi distanti.

Non ho mai pensato che sarei morta senza cicatrici. Quelli a venire saranno gli anni in cui le porto; questo è l’anno in cui la vita ha tracciato la traccia che seguiranno per incamminarsi sulla mia pelle e restarvi indelebili, come tatuaggi.

Quando sono partita, avevo in un sacco a spalla i miei pezzi. Al ritorno ero ricomposta in una forma che non assomigliava più a nessuna di quelle che avevo avuto. Oggi, la mia radiografia mostrerebbe un sedimento cristallizzato di ineliminabile malinconia nel midollo di ossa risanate.

Cammino con un fondo sottilissimamente polverizzato di tristezza, che è anche uno dei gradienti che fa la tonalità della mia allegria.

Questo genera una specie di forza. Stabilire se la terra soffra nel sostenere la propria gravità mi sembra richieda, comunque sia, una risposta che implica troppo troppa sfrontatezza, troppa violenza al proprio pudore.

Mi sento molto giovane. Trabocco di una vitalità interiore che arde da far male. Riverso sulle lenzuola fiumi di desiderio e verginale creatività esistenziale. Non ho più 16 anni, ma non ho più di 16 anni. E il mio corpo è bloccato nel mio corpo che nessuna paralisi paralizza se non la sconfinata solitudine.

Nutro a palate il silenzio soffocando nella sua fossa le migliaia di tonnellate di parole non dette.

Cammino molto, cammino molto da sola, cammino molto sola. E parlo tanto perché non parlo affatto.

E Rosangela mi guarda, quella sera, e ripete chebellapersonasei. E io scopro che bella persona che è lei. Ma ho le mani lungo i fianchi. E i tempi e gli spazi assumono un ritmo totalmente diverso se li percorri a piedi, con la Panda-casa-stanza d’albergo-alcova relegata nel buio del garage. Lei si chiede di me. E si chiede perché. Posso capirla.

Frase semplice: mi sento profondamente sola.

Viaggio senz’auto, ultimamente, sì. E arrivo sempre in anticipo. Questo implica un camminare lento. Molto lento e accogliente per i pensieri. Almeno questo è il ritmo che scelgo.

Cammino. Cammino per la mia vita portandomi costantemente al guinzaglio una pena. E non me ne vergogno. Ma nemmeno me ne compiaccio. Che ci si creda o meno, ha davvero un’importanza pari a zero.

Cammino e mi pare di vedermi dal di fuori mentre vado. O vengo. E mi sale alle labbra della penna virtuale un’altra frase semplice. Cammino in una vita che non mi piace. La mia vita, oggi, non mi piace. E’ una verità elementare.

Intorno o sopra alla quale si potrebbero poggiare le impalcature di molte storie.
In questa fase, sono una creatura fiera e infelice, orgogliosa e fragile, di dignitosissima povertà, di una solitudine, che in qualche modo, ha i lineamenti di una discreta nobiltà.

Con una debordante esigenza di autenticità, che mi arma la penna.

Se sapessi disegnarmi, sarei la sagoma di una donna lavata dalla pioggia, percorsa da una fitta ramificazione, sottile ma diffusa, di infelicità. Al centro di un senso unico che la vede spalle all’alba, con le mani a schermare il tramonto. E le cosce serrate con dolore a zittire altre voci nelle bocche tra le cosce.

Ma voglio scegliere ancora frasi semplici. La mia vita ha proceduto a grandi sbalzi.

Oggi mi trovo ad essere il cuneo superiore di una clessidra che si svuota.

Altrove, scorre sabbia che riempie la parte inferiore di un’altra clessidra.

Qualche volta perdersi è un’inversione di marcia; altre volte, di tempo.

E a cambiamenti che costruiscono e riempiono fanno da dirimpettai altri che svuotano e distruggono.

La vita ci gira sottosopra ad intervalli e con logiche fatali che sarebbe impossibile decifrare. A 40 anni, il corso piano della mia vita ha cominciato a delineare una curva ascendente. A picco. Allora ero la parte bassa della clessidra, e mi riempivo di sabbia, di inaspettata giovinezza, emozione, passione e vita. E sopra di me si svuotava, con una disperazione probabilmente analoga a quella che ora io sperimento, un’altra persona, un’altra vita. Non indulgo a pensare che esista una legge di compensazione a regolare il flusso delle umane sabbie. Mi limito a rabbrividire nel vederlo, oggi, con la barba incolta intrecciata alla tristezza dei suoi psicofarmaci. In quest’anno estremamente infelice e sfortunato c’è anche questo, e i conti mai chiusi, mai liquidabili col proprio passato. Ma di questo, no, non voglio parlare. Di questo non voglio assolutamente parlare.

Nel frattempo, è scesa sera.
La mia pena al guinzaglio scodinzola accanto alla sedia. Mia mamma nel ricordo china il capo mentre ascolta che “almeno tu nell’universo”… E sì, almeno tu nell’universo… E sì, un giorno è stato diverso.
Ora è scesa sera. Non se ne scorda mai. Ho qualche ora in più, si sa. E non più di 16 anni…
E per consolarmi, anche oggi, mi accarezzo, sola, con la potenza di una memoria afona dal pianto, che ruba ancora una volta la voce al libro che mi accompagna al bagno o veglia i miei sogni agitati. Ci sono storie che cominciano esattamente lì. Da sogni inspiegabili. Poi escono per le vie della realtà, si dipanano, gonfiano anni, e paiono durare attimi, ore appena, un paio di giorni, tutt’al più…

Quel paio di giorni trascorsero in un soffio, tra i racconti del rispettivo passato e l’amore che ci scambiammo in un vortice focoso, in una resa che non riusciva mai ad essere totale, un desiderio folle di fonderci nell’altro, morire e ancora morire, ah Pedro, ah Inés. Crollavamo insieme, gambe e braccia ancora intrecciate, esausti, bagnati dallo stesso sudore, parlandoci a sussurri. Poi, tra le lenzuola umide, il desiderio rinasceva ancora più intensamente; odore d’uomo – ferro, vino, cavallo – odore di donna – cucina, fumo e mare – fragranza di entrambi, unica e indimenticabile, alito di selva, fluido denso. Imparammo a elevarci in cielo e a gemere insieme, feriti dalla stessa frustata, che ci lasciava sospesi sul ciglio della morte e infine ci sommergeva in un letargo profondo. E poi, ogni volta, ci svegliavamo pronti per inventare di nuovo l’amore, finché non arrivò l’alba del terzo giorno accompagnata dal canto dei galli e dall’aroma del pane. Allora, trasformato, Pedro chiese i suoi abiti e la spada. Ah! Quanto è tenace la memoria! La mia non mi dà pace, mi riempie la mente di immagini, parole, dolore e amore.” [Isabel Allende, “Inés dell’anima mia”]

Ho letto un assaggio di Inés del alma mía in spagnolo, in un estratto omaggio di una libreria di Barcellona. Ero molto leggera e pesavo nove chili in più. Mi promisi di comprarlo. C’era tempo. Pensiamo sempre, di averne.

Oggi tengo Inés sul comodino, a farmi coraggio e compagnia quando, la sera, entro nella mia camera e trovo ad aspettarmi, seduta sul letto, le mani sul grembo e le gambe accavallate, Madama Solitudine.

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