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Relazioni spazio-temporali

foto di ritamazzocco

“Früher war alles besser, sogar die Zukunft” *
Karl Valentin

Ciao, Marzia. Ciao, Mario. Un “benvenuti” che non è solo così per dire. Provo a rispondervi; e non in privato, Marzia, no. E nemmeno nella nicchia dei commenti. Lo faccio qui, sul muro.
A differenza di quanto può aver lasciato credere la “confusione” del post sotto il quale avete scritto parole tanto attente e al di sopra del quale io ora io mi affaccio e rispondo, non ho remore ad esporre parole in pubblico. Forse le parole sono l’unica cosa che davvero non ho mai avuto paura di esporre (e qui dovrei parlare del tango… in realtà io volevo parlare di tango…).
Compagne molto salde, risorse e chiavi, biglietti di viaggio e di ingresso, difese ed armi, grimaldelli e poltrone per riposare, picconi e corde per scalare, aghi e forbici.
Sì, non ho una grande esperienza di multiblog, sebbene nemmeno mi del tutto mi manchi. Non mi è molto congeniale perché in genere si tratta di pagine che amplificano con una velocità da vertigine il senso di caducità e impermanenza che è già in parte connaturato alla natura …mobile, “scorrevole” dei blog.
La struttura a scorrimento verticale fino alla scomparsa di agglomerati più o meno significativi di parole, che sono – in un modo o nell’altro, più o meno efficacemente – geografie dell’anima e mappe dell’interazione, amplifica la transitorietà dei contatti verbali con una sorta di “verba volant” a metà, che media tra la cancellazione progressiva del “detto” e la rintracciabilità in archivio dello “scritto”. E’ un processo dinamico, che toglie aria e la dà, e che trovo, personalmente, tra le cifre più marcate delle modalità di comunicazione di un blog.
Non è un discorso che sfuma mentre lo pronunci; non è un libro che resta finché non lo butti; il suo destino, rispetto a quello comunque incerto di un libro, è più legato al filo dell’imprevedibilità del destino; visto che non è solo nelle tue mani la scelta di cestinarlo – che tu voglia poi farlo gettando con lui anche lo scaffale che lo conserva o il tavolino da notte che lo sostiene – per la sua natura di “ospite” su una piattaforma che non ti appartiene come il ripiano del tuo comodino.

Adesso non vorrei esagerare dicendo che il blog ha una natura più … trasparente della vita stessa riguardo al destino e alla transitorietà dell’esistere; ma sento qualcosa di simile, e ne provo il fascino.

Immagino che sia anche questa una parte del mio restare qui a curare il mio template bianco, minimale e sgombro, per dare più “tempo” alle parole. Sì, più tempo, non solo più spazio. Ché qui dentro entrambi scappano o possono svanire. Sostanzialmente, Mario, è più facile amare chi andrà via, è più urgente. Si ama più forte quando è certo ed evidente che non resterà per sempre, che non esisterà sempre, che non esiste sempre. L’adrenalina della mortalità scoperta e dichiarata guida da sempre la direzione e il ritmo dei miei battiti cardiaci, ma anche mentali. Vivere come se “domani si muore”, amare completamente e subito ogni istante perché “domani” non c’è più l’oggetto dell’amore e nemmeno, Marzia, ci saranno le parole o lo spazio per contenerle nella distanza ravvicinata tra due corpi che, variamente, “si parlano” (anche tacendo, con l’energia pura dell’essersi di fronte o accanto nello stesso spazio-tempo, entrambi “a termine”).

Dunque, non è tanto che io non sia abituata alle vetrine polifunzionali, alle pareti attrezzate della comunicazione, e nemmeno che io sia refrattaria ad espormi pubblicamente. Lo è stato in un’adolescenza ormai così lontana da appartenere a un’altra; lontana per motivi di… spazio (distanza tra lei e me) e non solo di tempo e di anni trascorsi tra i miei capelli neri e i miei primi fili bianchi.

E nemmeno saprei dire se è vero, Marzia, che sia uno spostamento generazionale quello dal confronto e dal desiderio dell’altro all’oggetto e al possesso. Ma, a caldo, non lo credo. Non mi convincono i discorsi “generazionali”; penso che certe dinamiche siano presenti sempre in maniera trasversale in ciascuna epoca e ciascuna generazione, anche se ogni generazione tende ad autorivendicarsi come “altro”, come “gruppo”, per … identificarsi e confermarsi di esistere.
Va in questo senso la scelta della frase di Karl Valentin che apre questo post; che era nato come commento e mi si è trasformato sotto le dita crescendo come qualcosa in cui, io, trovo un senso … erotico; le parole, la relazione comunicativa, nel mio sentire, non è mai del tutto spoglia di una forma di “erotismo”. Un erotismo istintuale, animale, che mira alla conservazione della specie. Ci parliamo, dunque siamo, prendiamo atto di noi, esistiamo nel riconoscimento reciproco, persino – talvolta di più – del nostro silenzio ; e ci garantiamo la permanenza di un attimo ancora, il tempo, lo spazio del confronto, della relazione, dell’intreccio.

Il blog vita, la vita sesso, il sesso conservazione della specie. Fertilità procreativa e “futuribile”, a “lunga conservazione” dell’Uomo Parlante. Dove la parola è gesto ampio, possibile anche a corde vocali ferme, perché non è voce, ma “relazione”. Rapporto, anche nel senso matematico di “divisione” e con-divisione, atto contemporaneo di dividersi qualcosa: il tempo, il destino della reciproca impermanenza, lo spazio, una distanza, la percezione di un’assenza, l’urgenza di “essere riconosciuto essere” e di riconoscere.

Non so se ti ho risposto, Marzia, e nemmeno so se avrei saputo.

E non so rispondere a te, Mario. Il percorso che mi consigli è, all’inverso, quello che finora ho fatto. Almeno fino a quattro anni fa. Scrivere fuori di qui. Ma senza mandare niente a nessuno per una congerie di motivi che sarebbe veramente oscenamente lungo e complesso spiegare qui, dove già sto abusando della mia stessa ospitalità. Un post non dovrebbe mai essere troppo lungo.

Il mio blog nasce dopo anni di cassetti riempiti fino al collasso di parole e storie. E’ … l’aria di una finestra che rinfresca i fogli prima che si frantumino come papiri resi fragili dal tempo e dall’immobilità. E’ un mulinello di vento che ricompone in altre forme i geroglifici di inchiostri versati e scorsi. Ma non nego, Mario, che vedere il mio nome stampato su una copertina, abbia fatto o faccia parte del mio parco desideri. Dove ci sono le ruote di una city bike, un balcone sul mare ed un giro di danza (e qui dovrei parlare del tango… in realtà io volevo parlare di tango…).
Accantonamenti del desiderio, capitalizzazioni dell’incognita che sospende la possibilità di avere o no, realizzare o no, perché la vita abbia ancora il gusto di qualcosa da conseguire, da raggiungere, da esaudire. L’appagamento totale rischia di comportare un’asfissia della motivazione ad esistere che mi stringe alla gola come una cravatta la domenica sul collo di un impiegato a una gita in campagna.

Le parole sono crinali, piani inclinati… se non le fermo adesso possono portarmi a percorrere mille e mille altri rigagnoli e sentieri. E invece, stamattina, avevo spiegato questo foglio per raccontare in due righi la … mia prima lezione di tango. Lo farò poi, se non smonteranno nel frattempo la piattaforma di questo comodino, non si sfilerà il web come una calza a rete, non svaniranno in un rigurgito spazio-temporale le parole che ho scritto, che ho scrivo e quello che non scriverò.

*
Prima era tutto meglio, anche il futuro.


E quando il presente esaurirà la scorta di futuro,
non ci sarà di meglio del passato.

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