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Barcarta a vela

foto di ritamazzocco

“Ci sveglieremo ricchi”, mi hai detto.
E all’alba avevamo ancora brillanti di salsedine tra le dita e baluginii di lampare tra le ciglia rimaste impigliate alla candela di prua.

Ad affacciarsi dal bordo della banchina, dal mio lato, la si vedeva ancora lì, ferma, tranquilla, ancorata a qualche onda colorata, riccia come un capriccio di sirena.

Eravamo salpati, a sera. E tutto il mondo ci era scorso tra i visi e la vela. Aveva navigato senza scosse l’intera crociera. Una nave di carta. Una barca per bambini seri intenti al ridere e al giocare fieri di esser grandi; grandi amici, compagni, complici, amanti.

Allacciati in ogni scossa di burrasca lieve, in ogni dondolio di bonaccia, gli occhi negli occhi e le parole dita tra le dita a cercare risposte e nomi e pretesti di immagini o canzoni per sospingere oltre il veliero, io maschera d’argento, tu nocchiero. Tu clown, io risata imbarazzata di vento. Ignorante bandiera di terra, nuda dentro, come la terra antica che ci ha sospinto senza fatica sul mare di marmo e le spiagge di legno. In ogni baia celavi per me un dono. In ogni porto il sollievo d’un bacio motore e un colpo di remi, un abbraccio generoso fatto della misura di chi gioca un gioco e per questo è serio.

In Colombia ci aspettava una coppa nera come il cielo di questo inverno terso, brezza di velo bianco su un riccio da succhiare tra i denti aguzzi d’intesa. E ci rimette in viaggio il magnete della luna arancio, disfatta ad aspettare che mi ti stenda al fianco.

E ora, che l’alba è alba ed è cheta ogni candela, l’oceano intorno porta sparsi i segni della traversata come legni di Ulisse, battezzato al fiume e tra i denti una intramontabile canzone.

Asse dopo asse hai cucito la chiglia, inzuppato con saliva sulla punta delle dita le giunture della barca perché prendesse il largo senza scosse, senza dolore, senza fine, senza fretta e senza paura.
E all’orizzonte qualche sedimento di vino ed acqua nel cristallo e un filo lieve di fumo dalla fiamma doppia di una miccia accesa contro vetro.

Mi avvolge le spalle uno scialle coi colori di un viaggio di sabbia e cespuglio, mi promette aromi da fata l’unguento che mi spalmerò sulla schiena per giocare un’altra notte da finta sposa.

“Ci sveglieremo ricchi”, mi hai detto.

E io ho continuato a spalancare la bocca dinanzi ad ogni sorpresa. Come la voce lontana che finge una distanza che prima non c’era.

E le mani.

Le tue mani.

Nello zucchero dolci e nel burro come neve.

Tra i giornali e la barca e i messaggi in bottiglia di carta.

E i miei fianchi e le stelle gemelle in miniatura della regina di cera, sempre diritta, fiera, altera.

Non c’è stoppino che non sia storto, sai? Ma nessuna fiamma, nessuna fiamma lo sarà mai.

E per un attimo c’era davvero l’anima, dinanzi a noi. E un Dio nato con due mesi di ritardo e un suono lieve a cantarne la gioia, sulle corde sottili di un saz.

foto di ritamazzocco

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