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Invanity fair

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Al 27esimo piano Richard sta completando il suo 19esimo romanzo.
Al primo Sonja riceve Mr. Count e gli presenta la fattura ancora prima di iniziare. Non si sa mai con gli uomini di terza età.
Veronica Breuter, nella suite del 47esimo, piange al telefono da sei ore e venti, ma di là, stroncato da un infarto, il suo ex compagno non le risponde nemmeno con un rantolo, e pure la teiera ormai non fischia più.
Nell’attesa dell’ascensore, Sammy Winter Blue si controlla la punta delle scarpe. Qualche goccia di pioggia ha lasciato un alone sulla pelle nera e lucida, e lui è molto contrariato. Tempo bastardo!
La scena del delitto è illuminata da due neon verdi e un’alogena che sfrigola ogni volta che cattura una mosca.
Phil sta fumando nelle scale e ha indossato l’aria truce. Ma sua moglie sta dando alla luce due gemelli e a lui non gliene fotte un cazzo di quello disteso col cranio fracassato di là.
Il 19esimo piano è tutto recintato da un nastro rosso e bianco. “Brutta storia, Sammy”. Frase d’ordinanza e grugnito di più.
Nel cortile Charlie discute col suo cane di sesso e ipocrisia; son due anni che l’ha castrato e ora lo tiene alla catena da che ha spostato il suo letto in cantina dopo aver comunicato alla moglie d’aver fatto voto di castità.
Peggy-Sue saltella a gambe aperte e scavalca la pozzanghera. Una, due, tre volte, oplà! E Billy le guarda sotto la gonna per vedere come ce l’ha.
Lady Jane s’accarezza le palle, piume di struzzo, lustrini e lamé. Dal congelatore la mamma lo guarda. Negli occhi spalancati un’accusa appesa a un punto di domanda uncinata tra una lacrima ghiacciata e una collana di impronte stretta al collo color melanzana.
Al settimo piano Mr. Coleman rifà la valigia disfatta, nel doppiofondo una rara collezione di cialde di caffè.
Sul balcone del 5° Freddy coltiva rimpianti. Ne ha una serra di vetro e di sabbia. E di notte ne riempie la stanza. Si riveste, si spoglia, s’abbraccia, tira coca, saltella, poi danza. Tira fuori i pennelli e si segna, e una croce di vernice gli cola tra le sopracciglia e la pancia.
Dentro il vento annoiato della sera, Christine resta appesa a un’antenna e la notte si traveste da bandiera.
Giù in strada i passanti si confondono, si danno il cambio, girano in tondo. Una morte, la malasorte, la guerra, un’epidemia, una rivolta, la rivoluzione, una carestia. Una ressa, una rissa, un attentato, una retata, uno sciopero, un blitz.
Gatto Joe scava nella differenziata; la sua amante, nella campana del vetro, prima si specchia poi si taglia una vena.
Dall’ammezzato Nonna Vania sorride, sghignazza, getta dal davanzale l’ultimo libro, uno schermo, il giornale. Centro esatto nel cuore del bidone che vomita distratto, tra il cartone, il cartoncino e la carta, il politico di turno, l’attore di grido, la starlet di strada, il presidente smascherato, il capofila mascherato, il tifoso schierato, il giocatore sfigato, la velina figata, lo studente promosso, il monarca promesso, il re vergine, la regina puttana, il ciambellano, il buffone, il guitto, il messo e la schiera orante intorno al culo del gigante tagliato a fette e servito col the.
E una radio ripete, al terzo piano, “Tutti fuori dal palazzo! Tutti fuori dal palazzo!”, ma nessuno la sente; mentre Minnie sbadiglia, tira giù la tapparella e s’addormenta senza voglia tra le zampe senza voglie del decrepito Mister Mouse.

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