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Volatili

– Si fa tardi spaventosamente presto…
– Che frase buffa, papà!

Una volta scrivevo. Adesso appoggio il sigaro in bilico sul davanzale cercando di far sì che combaci con la linea dell’orizzonte. E, intento in questa occupazione accurata, mi rendo conto della curva che il cielo disegna sulla schiena del prato che adora spacciarsi per infinito. E odora di marcio, in fondo.
Conduciamo una vita strana, in bilico sulle palafitte delle idee. Un bieco trucco.
Ora mi diverto a copiare a matita ogni file che cancello. Il tempo sbiadirà, con materna premura e monotona cura, le curve delle vocali, gli spigoli delle consonanti, le oscenità incestuose dei dittonghi, le crepe delle virgole e i minuscoli tombini dei punti a capo. Dove cadono per sempre a capofitto i finali.

– Quando tornano, papà?
– …
– Le rondini, quando tornano? E ce l’hanno l’indirizzo, papà?
– Scritto sotto le ali, tra le stecche delle piume portano incisa la memoria dei voli.
– Parli buffo, pa’. Io con le stecche dei gelati una volta ho fatto un cestino. La maestra Nina dice: “Che bel cestino! Che bel bambino!”. E poi dentro la paglia gialla ci ho messo i cioccolatini. Però 5 me li sono mangiati prima, perciò dopo ci stava larga la carta. La carta, hai capito? Quella trasparente… Ehi! Mi senti? E mamma rideva tutta quanta quando ha visto il cestino: “Che bel cestino! Che bel bambino!”.

Tutta quanta? Con le spalle curve, le mani sulle labbra, i denti e le rughe, gli occhi e la fronte. Che fatica, a ben pensarci, una risata, se la ridi tutta quanta. Peggio ancora che la vita.

L’aspidistra sul fondo della scala coccola la sua polvere come cipria.
Il tempo è un’invenzione a scacchi per cavalli bianchi e neri. Destrieri di marmo, di plastica o legno, che lo prendono alle spalle con un fare obliquo, da delinquenti. Briganti squarciagola con i coltelli nelle ugole di chi canta; a caccia di una scorciatoia per allungare il passo. Allungare il passo ed ingannare il tempo. Allungare il tempo accorciando il tempo in un passo più lungo.
In questa foto in bianco e nero guardi di sbieco come in uno sberleffo, e hai le labbra grigie sul sorriso bianco. Tutto il sangue è scorso a rifugiarsi nel technicolor di un altro giorno. Una data a penna dove ho bruciato l’angolo, a bruciapelo un nastro nero tra i capelli in fiamme.

– Tu pensi che torna, papà?…

Non lo guardo. E mi rimprovero questi occhi vigliacchi che si perdono oltre il vetro, il vento e l’orizzonte.
La nebbia di un silenzio infinito mi ruba il fiato dal petto affranto. Le parole sono gli involucri di un senso che è caduto, s’è sparso e rotto. Tra i cocci mi taglio i pensieri in cerca di ragioni e la lingua inceppata nell’ingranaggio di un’estenuata bugia che mi pende da un angolo delle labbra, come uno sputo.
I gusci scricchiolano come noci offese, ma son divenuti informi queste catene di segni e di suoni. La nebbia tracima stracolma dell’ennesima omissione.

– Papà…, tu pensi che torna, papà?…

Tra questa finestra e le sue imposte di legno, tra le sue ciglia a sbarre che imprigionano a stento duemila domande, tra le stecche nelle ali delle rondini e le tue ossa ormai già bianche, tra le gabbie aperte dei minuti scappati e le palafitte delle idee rovinate come un fragile Shanghai sulle assi dissestate di un cuore tavolozza prosciugato, tra i binari immaginari di un sigaro spento contro la linea irriverente dell’orizzonte, tra tutte queste sbarre e me, nient’altro che fluire silenzioso d’un tempo che s’è fatto tardi spaventosamente presto. E lo strano rollio di un’inguarita solitudine.
Mentre allungo più volte le mani ad afferrarlo e l’attraverso, gli trapasso le braccia che reggono un cestino di stecche che un giorno potrebbe aver fatto, gli trafiggo la bocca sulla quale ho cucito in sua vece le mie domande, gli attraverso i capelli che sarebbero stati come quelli che tu avresti avuto se mai fossi esistita per farti ritrarre in nero e bianco dentro lo scorcio di una fotografia.
Uno stormo di minuti veloci gonfia sottovuoto una carta trasparente troppo larga intorno alle mie braccia che abbracciano un’idea mai stata carne e ricadono a sbattermi sullo sterno, col rumore di ali di rondini che tornano e si schiantano al nido, dove solo, anche questa notte, io canto.

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