in hands

Dove ti hanno poggiata, quando il fiato s’è fatto lieve e se non fosse stato per gli artigli delle dita impigliati nei nodi delle radici ti si sarebbe aperto in ali il petto spalancato come specchio al cielo?

E dov’eri, quando contavo le foglie sul viale ad una ad una e le numeravo dopo averle lette, sfogliate in ordine inverso per capovolgere la storia che recavano nelle nervature sottili come i gesti tuoi?

Quelli che non ho capito, perché urlavano forte il nome inconsueto dei tuoi fragili denti.

Quelli che non ho sentito, perché scavavano più sotto del cuore cercando la chiave ingoiata negli ultimi sogni rimasti.

Quelli che non ho raccolto, perché stendevano troppo oltre la lunghezza del mio indice le ciglia simili a cortine ingenue contro il muro ardente del tramonto.

Dove ti hanno portata, quando la protesta dell’usignolo s’è inceppata nel buco ostruito di bava d’inganno dentro il nido del ragno?

E dov’eri, quando spargevo farina di neve sulle nocche bruciate delle dita sbucciate dal continuo bussare alla finestra sul retro che ti incorniciava il profilo assorto nel silenzio?

Quello che non ho raccolto, perché ti scorreva via veloce dall’imbuto dei fianchi agitando lo stupore col tocco lieve di un fazzoletto d’addio.

Quello che non ho sentito, perché rotolava dalle mani del giorno verso l’alveo secco delle notti d’autunno ed implorava scampo nel disegno di una parola abbozzata sul muro.

Quello che non ho capito, perché ostruiva di pietre il mio sguardo arreso all’inerzia di un orizzonte senza curva.

Dove ci hanno portati, dove ci hanno poggiati e dov’eravamo, quando liquefatti in inchiostro che nessuno può toccare scivolavamo a precipizio nel rullo degli occhi di uno scrittore disattento che tra un attimo, ora, ci avvolgerà in un minuscolo pugno. Condensa dell’oblio nella perfetta forma di un punto.

Punto.

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