Io sono dietro il vetro.
Inchiodato il cuore al telaio, in un fremito di ciglia attraverso qualche volta terre desolate, che un tempo furono animate. Attraverso dune pietrificate slanciando la mia immobilità sull’alito lungo di un lamento di vento. Finto volo, rinculo di silenziatore nel vuoto.
Solo qualche raro passante solleva gli occhi, forse in attesa di azzannare una briciola inaspettata. Briciole che non ho. I pugni nelle tasche di un abito largo dove si deposita la polvere che mi cade dalle unghie ogni volta che cerco l’equilibrio su questa croce sbilenca delle mie spalle chine da un’infanzia timida che non è cresciuta ancora.
Che non cresce mai, ma si nasconde. Si nasconde con la professionalità consumata di un’abusata consuetudine al sopravvivere.

Nel raschiarmi via, siate fragili come la vita e dolci come il ricordo. Siate teneri come una madre e cauti come la notte. Siate lievi come un bambino e spensierati come brezza nelle vele.
Nello scollarmi tenete fisso lo sguardo sull’ombra che cambia e ridisegna la traccia in una finzione di mobilità. Come se un’onda vestisse l’asola di una fossa dimenticata e la lasciasse nuda, poi, nel risucchio pentito che la richiama a casa. Al vortice, al cuore che pulsa d’alga e di lisca. Al mulinello che nasconde la tracina e scopre la chela. Indifferente, mutabile, estrema. E dentro il centro del vostro palmo s’accenderà per un istante lo sfrigolio di un residuo che brucia, la mia pelle di cenere bianca e l’automatismo di un ricordo nel rigor vitae che mi sospende e infine mi dissolve.

Il fumo esita, si riavvolge su se stesso come se nel guardarsi intorno cercasse una sponda di legno per cui farsi frangia, bordo, sipario o bavaglio. Solo dopo un inchino che implode dentro una tristezza che solo la malinconia oscura, solo dopo un singhiozzo retroflesso, solo al termine di un sospiro opaco, si disperde. E l’aria lo culla prima di morderlo e digerirlo piano.

L’inganno estremo, il perfetto inganno, il senso che dà al senso senso si dipana lungo l’incosciente estensione fuori misura di un tempo elastico che non è mai dato.
I verbi accentati che accolgono come discariche le occasioni rinviate. Ma non c’è nulla oltre l’oltre dell’attimo consumato. Ed è finita da tempo l’età d’adolescenza, quando sperare è legge e disperare consuetudine, corollari di una formula i cui bordi son larghi e curvi e sembrano grondaie accoglienti per i sogni.
Ma l’inganno estremo, il perfetto inganno delinea illusionismi di ampie quinte dove ammassare le occasioni perdenti da recuperere appena sarà finito il dramma. E svelata la tragedia. Compiuta la commedia. Finito l’atto e calato il panno di velluto sul teatro vuoto.

Uscendo penseremo ancora, forse, ok, domani, lo farò domani, domani lo sarò. Capirò, correggerò, riparerò, vivrò, recupererò. E l’ultimo accento spaccherà nel punto critico il vetro dove in cinque lettere si polverizzerà in frammenti di cristallo il  t e m p o. Lasciando sul pavimento il significato smarrito di un coccio opaco.

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