Einsamkeit1

Mi chiedo se conosci la misura della mia solitudine.
Prova a poggiare il metro, per cominciare, sull’orlo del lenzuolo che, di notte, s’impiglia nel bordo di un silenzio ostile anche alle stelle.
Continua a srotolare il nastro sulla diagonale del soffitto che riflette opaco l’abisso inquieto del rettangolo sfatto. A pelo d’acqua nuotano ansie senza ragione, rese che si propongono come ancore, periscopi d’occhi ciechi che cercano invano di forare i futuri. I vostri. Che ci sarete quando non ci sarò.
Se tendi il metro tra l’alluce del mio passo più lento e del mio indice proteso ad indicare il ritorno, se accetti d’ascoltare il respiro della risacca, il sibilo del vento che ci inquieta, il respiro acre sotto il cespuglio che protegge l’ostinata infanzia già perduta…
Se ti fermi a metà dell’ennesimo giro di malinconica danza e fissi lo sguardo sul velo del tulle più esterno che trema nell’abbrivio, se chini di lato il capo e indossi il mio saio color sera, i miei sandali rosi dall’andare incerto, ma non stanco…
ti cadrà, allora tra le dita l’estremità del metro che ignori, pur indossandolo, come una sciarpa negletta dalla gioventù.
Ti si fermerà tra l’indice e il polso l’estremità del metro. Ma non di carta. Linguetta di metallo che tende la misura, e la misura e fissa un punto, prima beffardo, dopo disperato, sapendosi “qualsiasi”.
Ecco, oltre quel gesto che scrolla dalla mano il nastro gommato, comincia la misura nascosta della mia solitudine.
La incontrerai domani. E vi riconoscerete, come compagne di stanze di un collegio antico, dove da sole, separate, siete cresciute. Ormai, quel giorno, orfane di me.

Annunci