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Ah, le notti lontane, che tornano come riflessi di un sole malato tra gli alberi rinsecchiti delle mie dita grigie. Scie di stelle cadute, incastrate nelle unghie, schiuma d’alghe bianche arenate sulla duna del pugno socchiuso.

Dove sono, domando, l’amicizia del giorno, la passione della sera, le lacrime dolci della rugiada?

Dove il fuoco che scaldava la pietra e arrossiva le guance alla stanza vestita soltanto del velo trasparente della tenebra, a sera?

Un pomeriggio acerbo bastava a vagheggiare l’assenza del ritorno, ad annunciare l’insonnia dell’oblio.

Dove è il disegno dei profili incastrati nel marmo che scrutavano i passi dal pavimento antico?

Ho visto nuvole e demoni, bestie ed impronte, espressioni beffarde o allegre emergere dall’intrico dei marmi tagliati a scaglie grosse mentre fissavo il suolo, spalle al vento sottile di un respiro, un racconto, un lieve canto.

Qui, se giro la testa fin dove mi consente la tirannia del collo confitto nella radice marcia del tronco, posso immaginare l’arazzo bicolore alle mie spalle.

E scrutare il silenzio con le orecchie abbagliate dal lampo di un finto ricordo.

Arresa, posso voltarmi, infine, ad occhi chiusi verso la fuga angusta di un angolo ottuso dove a capo chino siedono le vergini dei sogni mai vissuti. Le mani in grembo, intrecciate come ricordi discordi, fraintendimenti amari, storie difformi.

Prefiche in bianco che sembrano bambine senza sguardo, le orbite vuote scavate dall’inganno breve di un perfido gioco.

Mimando con le labbra un gesto aspetto che fiorisca tra le crepe dei denti una domanda, l’edera tenace di una nostalgia che rattoppi e alla notte ricucia la coda di un giorno.

Però solo il silenzio risponde, con il vuoto di una eco muta, con l’orbita spolpata che riverbera lo sfrido di uno sguardo, con lo schiocco di un dito che ritorna in asse dopo essersi spezzato in un’invocazione di aiuto.

E le stelle ondeggiano, si staccano, si scontrano e rotolando incendiano di fuoco freddo il panno nero di feltro che l’infanzia mi svelò, prima che con le dita acerbe, nel sollevarlo, io vi trovassi il cielo.

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