WP_20170501_11_36_47_ProUn tempo, sarebbero state parole. Parole tiranne e ribelli. Parole che rotolano a catena e che srotolano catene, lanciando alla deriva l’anima, come una barca in pieno vento ad occhi chiusi, i pugni colmi di sabbia, sul fondo immobile di un sogno ancorato a riva. Inchiodato a riva. Intagliato nella schiuma che lava e disegna. Nessuna partenza; solo un incanto, una meraviglia, un inganno, ma non un trucco. Un trucco mai.

Oggi , l’eco è un singhiozzo ingoiato, sorpreso di sé. Un capotreno con la gonna e un sorriso che fischia la partenza e sventola un tablet. Un tablet. Non una paletta. Il tablet che le aveva acceso il sorriso mentre mi passava accanto e io restavo là. Sola come mai. Come mi sono insegnata ad essere. Come mi sono mandata a memoria. Ed a futuro oblio.

Tra il fischio e il tablet io ero l’assente. Mi agitavo immobile nel risucchio vuoto di un riflesso appena opaco sopra un finestrino sporco. Ero quello che non c’è più. Ero la paletta che un tempo animava i treni lenti. Lo scricchiolio dei sedili senza fili. Ero il respiro lento di un mantice antico che scimmiotta il vento. Ero l’ombra che non proiettavo più sull’asfalto che sfoggiava un abito grigio, una mise sbagliata per un errato galà.

E allora ho camminato dandomi le spalle. Ho camminato piano sull’attrito di un nodo ambiguo e incerto che tirava verso la parte solitaria del binario, un luogo appartato dove sciogliersi per liberare il petto, e l’altro capo, popolato di sconosciuti che forse dentro trattenevano nodi e li avrebbero sciolti in sale sulle artificiali guance fluorescenti di un PC. Magari di un tablet-paletta per dare il via libera all’esistere, ad un esserci altrimenti negato, in un teatro dove tutto è deragliato, scivolato di lato, uscito dalla guida e ricompattato nella consolazione illusa ed illusoria di un click.

Ecco, ora sento la ruggine che fa gracchiare gli ingranaggi di un fiume di inchiostri colorati prosciugati dall’usura del Nonpiù. Una terra grigia, dove l’anelito al pianto si mischia e si confonde con la commozione di uno spettatore che ha passato la mano e rincula nell’innocente, innocua, breve fuga nell’orgasmica scoperta di essere rimasta viva ancora un po’ sotto la cenere. Qualche pezzo. Poco più.

E il futuro è l’esito di uno scambio, la parabola esatta disegnata da una leva azionata qualche vita fa.

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