Punte di genio

Arrivata alla pagina 25.260 del manoscritto che portava il suo nome, decise che era giunto il momento di scrivere la parola “Fine”.

Se non si fosse uccisa ingoiando 170 grammi di pennini intinti in una miscela di inchiostro e curaro, la sua autopsia sarebbe risultata altrettanto insipida quanto la sua autobiografia.

Storie di-vento

metro

Non è vero che il vento non bussa. Batte sempre un veloce colpo sul vetro prima di spalancare le finestre. E’ come il ringhio breve di un cane che sta per morderti. Un avvertimento.
Troppo rapido perché tu possa fuggire prima di ritrovarti coi capelli arruffati, lo schiaffo di un brivido tra le reni e un polpaccio a brandelli.
Il sangue tende a rapprendersi. Come se non aspettasse altro che trovare la pace di una piccola spiaggia di pietre, stanco di scorrere. Non si lascia ingoiare con indifferenza, non si asciuga senza spargersi in aloni tenaci, non si smacchia senza combattere, non scolora in un rivolo d’acqua, ma pretende ossigeno, e solo allora sfuma e lascia quasi sempre tracce opache che sembrano lettere arcane, arcani disegni, cattura le mani come guanti di Lady Macbeth.
Chino sul bidet, lui lavava il mio sangue dalle sue lenzuola, e sorrideva. E pensare che non ero nemmeno vergine, a quel tempo. Eppure sanguinavo, battezzando come la prima ogni singola volta.
Poi la vergine è arrivata a lavare il telo del suo letto, e quel giorno ero io la donna da ingannare perché non mi accorgessi di altro sangue versato prima di tornare a poggiare la schiena dentro la stessa biancheria, sotto lo stesso tetto.
Mordo le labbra fino a sanguinare; è facile. Con la lingua lambisco una goccia già quasi rappresa sul davanzale della bocca socchiusa a sbirciare i sospiri incastrati nelle cavità profonde, nei nascondigli tra i denti, nelle pieghe della gola serrata da un orgoglio di pianto esonerato dalla fatica del singhiozzo.
La mia lingua ha un piccolo taglio; mi giro verso il giorno incorniciato dalle tende in volo e la mostro al vento.
Le mie gengive sono sane. Sono ritornate sane come per miracolo dopo l’energico trattamento. Me lo ha assicurato il dentista. Ero completamente stesa sulla sedia quando si è tirato giù i pantaloni e mi ha chiesto di spalancare la bocca, “Ecco, così”. Ho trovato terribilmente eccitante restare lì bloccata, con il corpo imprigionato dalla sorpresa e la testa inclinata di lato verso di lui mentre si muoveva meccanicamente tra le mie labbra. Quando ha detto “Si sciacqui”, sono venuta anch’io. L’acqua tiepida correva in circolo lenta, tingendosi di madreperla fusa, e io continuavo a sputare diligente, il corpo piegato in due sulla sedia ancora reclinata, mentre lui fischiettava e si tirava su la zip. Tra le cosce mi scorreva un caldo lieve, quasi una lacrima.
Passami un sorso d’aria – gli dissi – versane ancora due dita nel bicchiere con uno spicchio d’alba sul fondo. Ma teneva la nuca rivolta alla strada e le mani incastrate nella tagliola di un foglio. Mi sono allontanata di due passi e il terzo era già fuori dalla porta. Il vento ringhiava a ripetizione dietro i battenti, ma i morsi cadevano nel vuoto, azzannavano il legno e rotolavano in strada, furiosi, scivolando lungo i cornicioni.
Mi guardai le mani. Erano coppe, ciascuna metà. Il sangue scorreva regolare dalle vene seguendo la traccia della linea della vita e poi si nascondeva tra le dita. Se stavi zitto, potevi sentirlo ridere un poco. E se restavi immobile potevi immaginare il colpo sordo, l’avvertimento veloce che avevano annunciato il morso. Con le braccia inzuppate di vento, sedevo guardando le unghie tingersi di rosso vivo e continuavo a passare la lingua sulle gengive per spianare la strada ai sorrisi smarriti. Lisce, sane, morbide come paraspigoli intorno alle asperità frastagliate degli urli immaginari, arresi alla saggezza del silenzio greve. Giusto un ringhio nell’angolo degli occhi e poi rivoli sottili prosciugati in fretta. Scritte di sale sulla faccia in righe verticali; controluce puoi leggervi un disegno o un nome, se conosci la lingua degli inchiostri al limone e l’acredine degli spicchi d’alba seccatisi in fondo ai bicchieri ormai vuoti.
Non ricordo più il nome di alcun uomo, ma potrei, all’infinito, riconoscerne il sapore.
Tutti sanno d’ortica e miele, di fumo e sasso, di calce e sperma, di legno e cera.
Il dentista odora di disinfettante, ma il più asettico è il fantasma della spiaggia, dove il sole prosciuga e il mare leviga e rende uguali le ossa, i vetri e i bottoni e non resta che un sentore di bufera e la delusione piatta di una bassa marea.
Tutti gli altri, li ho mandati a Memoria. Non è un luogo segnato su una carta, ma cifrato sotto il bordo degli occhi.
La morte è come il vento, è come un cane che attacca: si annuncia in un ringhio breve, poi fa a brandelli la carne e le sue porte, azzanna i calcagni, ruba i passi e li fa a pezzi, li dilania, agitandoli qui e là come pezze di lana.
Sta seduto dietro il rettangolo di vetro e sembra intento. L’anno scorso avrei giurato stesse leggendo un libro. Non gli vedo che il viso ed il collo. Di certo aspetta che il treno riparta e non si gira.
Dove gli finiscano gli occhi, io non lo so. Resto seduta con la lingua contro i denti a carezzarmi da dietro le gengive e sputare di continuo la lingua nel cesto dei rifiuti dove deperiscono le parole. Indifferenziate.
La stazione è vuota intorno a me. Finestre sporche che il vento ha spalancate, uno spruzzo d’urina del cane che s’è appena incamminato lungo il binario sei, e il piccolo oceano che scorre dai polsi e si rapprende nella conca delle mani.
L’aria è ferma ora, tesa nella attesa della rincorsa che la risucchierà nel vortice di un treno che s’allontana.
Ho qualche traccia di madreperla tra i denti sopra le mie gengive sane, così il sorriso s’inceppa come un vecchio vinile, e ripete più volte lo stesso stridio che sembra un ringhio, un avvertimento, il presagio di un morso, una folata di vento che spalanca i tombini nell’anima. Caderci dentro è un attimo, il rinculo del fischio del treno, il vento, il risucchio. I polsi lasciano strisce rosse che sembrano stelle filanti. Ma non scrivono parole; è un lungo beeep di fine segnale.
Poi, ogni cosa svanisce. Il vento riavvolge con cura i binari e col gomitolo di ferro gioca, malinconico, contro un cielo travestito da sera, un vecchio cane.

Una riga

rig

Cosa posso dire che non suoni banale, ora?

Abbiamo scritto così tutto che ogni cosa sembra già detta e immaginata se non scritta.
Forse un giorno un dio annoiato conterà per hobby i miliardi di parole che ci siamo scambiati. Ogni parola una serie di lettere, ogni lettera un battito, un gesto volontario, accurato di attenzione, una carezza passata dalla superficie dei tasti al latte dello schermo fino a dissolversi negli occhi dell’anima.
C’è un rumore sottile dentro il mio cuore.
Mi guardo le dita.
Lo faccio davvero.
Come se vi vedessi riapparire al luminol di questa sera le tracce lasciate da secoli di inchiostri. Versati, raccolti.
Forse non siamo stati altro che l’invenzione delle nostre parole. Un trucco che si sono inventate, le parole, per darsi una carne ed esistere.
Forse noi siamo i loro attori, i sogni che sognano ad ogni ora, le parole. Le voci che abbiamo prestato loro e che stasera ci ridanno, ritornando mute come statue piccine e sole, intrise di silenzio, mentre si deposita al suolo il residuo luminescente dei coriandoli di una magia inventata anni ed anni fa da una riga che voleva esistere. Ed ha usato noi, fino a inventarci.

Cambio di stagione

immagine dal web

Quale sarà l’ultimo cambio di stagione?
L’ultima volta che riporrò le cose di Natale in quell’ordine che, un po’, mi dovrebbe aiutare l’anno dopo a ritrovarle?
E’ un atto di fede ogni volta, un appuntamento e una promessa; ma per promettere ci vuole speranza.
O incoscienza.
Così ci sarà una volta che si interromperà il carosello che alterna le giacche alle t-shirt nelle culle degli scatoli di cartone. Una volta che l’alternanza si fermerà.
Resteranno a riposo i maglioni e respirerà l’estremo alito caldo di un’estate qualunque l’anima mia già in volo? O saranno i sottili cotoni a restare delusi e piegati invano mentre m’incammino nella neve a passo lieve e, nuda fino al cuore, tremo l’ultimo crepuscolo d’inverno che fa presto buio?
Questi riti ciclici che mi assimilano alle formiche.
Questo instancabile riporre e riprendere, riprendere e riporre come se non ci fosse un punto nella catena che si rompe e ferma per sempre il giro. Blocca l’ingranaggio in un punto qualsiasi, e le cose restano dove stanno, come stanno, dopo un piccolo rinculo sulle groppe dei cavalli inchiodati alla giostra.
A novantatre anni mia zia aveva la credenza stracolma di bottiglie di olio. E più passava il tempo, più la riempiva. Per provvista, diceva. E io lo pensavo sottovoce che ci volevano così tanti anni per consumarlo tutto – lei che viveva sola – e una gigantesca dose di fiducia o di oblio nel fare così tante provviste, anzi nell’incrementare il numero delle provviste agli sgoccioli del tempo rimasto nelle tasche del grembiale e tra i capelli corti, tinti di giallo sul bianco una volta ancora.
All’inverso, cresceva a dismisura la grandezza del suo sacco della spazzatura. Via tutte queste cose, via, per fare spazio. Non osavo chiederle a che.
La vecchiaia ha bisogno di spazi più ampi, più ordinati e larghi della affollata e disordinata gioventù.
Così una volta ha messo via senza pietà, accanto ai cumuli della spazzatura, la macchina da cucire antica della nonna, che a venderla ci avrebbe guadagnato un bel po’ di soldi per comprarne ancora di bottiglie d’olio per lubrificare il domani. E io non capivo perché, cosa dovesse farci dello spazio in una casa diventata così grande, così grande per lei sola. Sola dove prima vivevano in otto, poi in sei, poi in quattro, e due, alla fine. Prima che ci volesse uno specchio, infine, per vederne ancora due, di persone.
Inorridivo dinanzi a questi “sfratti” della memoria. Io e le mille scatole di latta, il fazzoletto con dentro le lacrime piante a sedici anni per la morte di papà, una goccia di sangue della mia verginità che sembrava quasi un cuore, frammenti della camera da letto cambiata a metà anni 70 in spregio alla superstizione che dice che tutto si cambia, ma la camera da letto no, se no il marito muore. E papà rideva e mamma protestava seria. Seria almeno quanto lo fu, poco dopo, sul letto di morte di papà.
E io lì a staccare impellicciature del legno, una vite, una maniglia, l’occhiello di una serratura.
Io e le mie gigantesche collezioni di passato in formato pezzi di puzzle, con tanto di etichetta scritta a mano. Come se col tempo non sbiadisse anche l’inchiostro. E con l’inchiostro la memoria del che cosa ci dovrebbe ricordare un ricordo conservato che non riesce a ricordarci niente più.
E poi, invece, con gli anni, crescono con impressionante evidenza i ricordi evaporati dalla sostanza fumigante dei pensieri e in proporzione si snelliscono le scorte dei souvenir palpabili, le carte, le lettere, i biglietti, i bottoni, quegli anelli che, un tempo, a perderne uno si ci disperava tanto, quegli orologi fermi che prima si caricavano ogni giorno, quelle fotografie così vicine al sorriso di quel tempo e poi ogni anno più nemiche per quella sincerità spietata che, nel mostrarci, ci cancella e ci nega e ci coniuga come verbi al passato che trapassano ancora un poco inciampando nel solco della fronte che si aggrotta: “eravamo belli, allora”.
“Guarda qui come sorride!…” e non sorridiamo più.
O meglio, sì, le labbra si tendono, si schiudono, i denti si allineano ad arco, ma più sopra del naso c’è una mestizia che dilaga nello sguardo, la goccia dissolta di una inarrestata nostalgia che si scioglie nell’iride come inchiostro in uno stagno.
Riempivo agende di scritture, pagine fitte, poesie senza rima che copiavo più volte perché non si perdessero. Come avrebbero potuto perdersi, non so. O forse era perché la volta dopo cercavo di riscriverle in una scrittura più bella. Nascondere qualche cancellatura.
Oggi, posso al massimo cambiare il font. Il cancellato è perso, e l’ironia è che lo elimina un “salva”. Che strano modo labile questa monoporzione di memorie accatastate e comprese in cubetti virtuali che sembrano ecoballe e si spengono ogni sera nel singhiozzo che disconnette il PC.
E’ diventato così semplice perdere tutto insieme, tutto in una volta sola. Come morire, sì.
Perdere la carta è difficile, invece. Perfino se lo vuoi. La carta si allinea, si impila, si ingrossa, si accartoccia, si increspa con l’umidità, diventa più spessa ingoiando polvere a granelli, cambia colore e prende un odore più denso.
La carta dilaga dappertutto, colma le misure dei cassetti, scivola a rivoli dalle fessure tra l’uno e l’altro. Si attacca alle dita quando si prova a metterla via.
Quale sarà l’ultimo segno vergato su un foglio? – mi chiedo, oggi che a mano non scrivo quasi più. L’abbreviazione veloce in calce alla nota della spesa di un giorno qualsiasi? E quali due lettere di quale sillaba batteranno in sequenza, come estremo battito di un orologio ormai quasi fermo, l’indice e il medio della mia destra sopra i tasti della mia ultima tastiera? Che è questa? Chissà.
Penserò un ultimo pensiero. Con quale vocale finirà?
Faranno a botte tutti i ricordi pur di essere presenti insieme nel fermo immagine dell’istante finale?
C’è una forma di magia in questo indulgere ad immaginare l’ultima cosa che staranno guardando gli occhi miei prima del buio, il punto esatto della superficie di cosa toccheranno le mie dita; e, alle spalle, negli istanti, nei minuti, nelle ore, nei giorni appena passati, il corteo esclusivo di ultime cose.
L’ultimo bacio dato, l’ultimo avuto. Quante volte mi è già capitato di pensare quale sarebbe stato. E non è mai quello che uno immagina. C’è sempre, in più, un bacio improbabile, imprevedibile.
Le cose che c’è tempo per dire, quelle messe da parte, quelle che ci si ripropone di rileggere, riscrivere, risentire.
Eppure nessuno di tutte queste ultime cose mi colpisce come il pensiero di quelle scatole, che ce l’hanno per forza un momento in cui il ciclo si rompe e il minuetto si interrompe.
Un’ultima ultima volta in cui avrò riposto o ripreso da uno scatolo i vestiti di un’estate o gli addobbi di Natale.

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Tutti quanti, nei finali, vissero felici e contenti

ballerita

Quella storia del corvo. Quella terribile storia del corvo. Quell’uomo prigioniero del suo incubo, condannatosi a vivere la vita nella clausura della sua casa dietro le imposte serrate per non mostrare al mondo l’ignominia di un corvo attaccato sopra la sua testa che scopre – nel giorno della sua morte, aprendo finalmente per una sola, ultima volta, la finestra – che lì fuori, il mondo, è tutto popolato di uomini che portano tranquilli sulla testa un corvo. Quella storia.

Queste prigionie in un incubo, sono niente di fronte alle prigionie dei sogni.

I sogni sono tiranni implacabili. Non frustano, accarezzano e ci imprigionano senza mura, senza sbarre, servendosi della prigione di noi stessi, e di loro.

Oggi ho scoperto che la libertà più grande è quella da un proprio sogno divenuto col tempo prigione.

Crediamo di non poter più camminare, ci immaginiamo mutilati, ci dilaniamo nel terrore di toglierci dagli occhi le mani che ci proteggono dall’immagine di noi devastati sulla scia incandescente lasciata da una perdita, e invece vacilliamo alla luce improvvisa della deflagrazione che abbaglia e ferisce, come in un imprevedibile sollievo nel ritrovarci inaspettatamente e diversamente vivi. Liberi.

La coltivazione pluriennale di un sogno, di un amore, di uno status che sembra ineguagliabile, si tramuta sotterraneamente, col tempo, in interminabile agonia.

Ci proteggiamo con le braccia la testa quando comincia il crollo. E quando tutto è finito e non spira che una specie di silenziosa pace screziata di polvere, alziamo il capo sorpresi e ci accorgiamo che non avere più nulla da perdere, nemmeno un frammento di ciò che temevamo di più, ci affranca da noi stessi, come da un incantesimo durato secoli.

Non si ricomincia dalle macerie, si ricomincia dal vuoto. Non si conservano pietre angolari come reperti archeologici per modellarvi intorno nuove architetture. Si deve sperimentare lo strappo del nervo oltre che del muscolo, per accorgersi che la schiena è rimasta a lungo piegata sotto il fardello del proprio sogno e ancorata a picco al masso del proprio terrore di vederlo svanire.

Ci sono solo due modi per liberarsi dai sogni: realizzarli o esserne abbandonati per sempre.

Ogni terza via è una forma di schiavitù, una gabbia dorata col chiavistello bloccato da un incantesimo da noi stessi pronunciato.

I sogni servono a nutrire per anni, ma c’è un momento in cui si trasformano. Diventano parassiti, e si nutrono di noi. Si tramutano in maledizioni, catene, vincoli, incubi stupendi dove il terrore consiste nella paura di uscirne.

Ma i sogni prolungatamente custoditi nell’afa di serre inumidite da attese innaffiate a speranza, marciscono e ammorbano, contaminano l’intero terreno di coltura delle nostre vite.

I sogni sono fatti per liberarsene, al fine. Disinnescarli. Realizzandoli come cibi prelibati finalmente cotti e mangiati, digeriti e defecati. Consumandoli, come vini pregiati invecchiati al buio per anni ed infine versati, succhiati, ingoiati e metabolizzati nel sangue fino a diluirli negli scoli che depurano la carne, domani.

Se non ci liberiamo di loro, se non li espelliamo, magari realizzandoli, si impadroniscono di noi. Non siamo più noi a possederli, ma loro che ci possiedono. E non potremo mai più liberarcene finche non saranno loro a liberarsi di noi.

Oggi, vedo alle mie spalle una donna che porta i miei capelli ed ha i miei occhi avvolta intorno ad una amore come edera. Ritorta, piegata, schiava dell’incantesimo di un mago che se ne è andato tenendosi per se il segreto della formula magica per rompere il sigillo. Ed ero io, quel mago.

Travestita, ho scavato intorno una trincea riempiendo il mio corpo cavo come una fossa.

Non ho respirato per anni nel terrore di consumare tutto il fiato e morire soffocata.

Poi ho dovuto aprire prudentemente gli alveoli dei miei polmoni rotolatomi via in un colpo solo. E mi sono scoperta viva. Viva ed anfibia.

Straordinariamente ricca nella mia povertà improvvisa. Non c’è uomo libero più libero di un povero completamente povero.

Ogni possesso, anche quello di un sogno, peggio quello di un sogno, è un vincolo.

Non è il massimo della perdita possibile il maggiore dei mali possibile. Il maggiore dei mali possibile è la paura, l’attesa del massimo della perdita.

L’uomo senza testa non teme più la scure. Non teme la falce il prato senza erba. E la principessa, finalmente sveglia, è libera dal sogno di un bacio da sognare, e può ricominciare a vivere, esattamente quando il libro finisce.

Perché comincia alla fine esatta delle fiabe, la vita delle principesse, delle bestie e dei bambini che, una volta, erano di legno.

Tutti quanti, nei finali, vissero felici e contenti.

Così sto maturando questo disinnesco dell’orologeria dei sogni coltivati con una caparbietà troppo diventata simile a sé per essere ancora amore.
L’amore ha una data di scadenza sul fondo. Dopo quella data bisogna farne altro, o si trasforma. Diventa un morbo, una mania, un record da difendere, una maledizione dolcissima e implacabile, una consolante, irrinunciabile malattia.

Il destino lo sa che non c’è, talvolta, altra cura che l’estirpazione. Lo sa il podologo di fronte a un’unghia incarnita, lo sa il dentista dinanzi a un dente marcio, lo sa il chirurgo che scava anche la carne viva, intorno a quella necrotica, dentro una piaga da decubito.

Ecco, l’amore a un certo punto finisce per diventare una piaga da decubito. Ci si siede sopra, vi si resta stesi sopra e quello ci attacca la carne, se la mangia, diventa parte di noi diventando ogni giorno meno simile al sentimento e sempre più ad una mutazione genetica che divora.

Mi sono molte volte ribellata dentro di me ad ogni dichiarazione a favore del “cambiamento”. Il prigioniero del sonno, l’ergastolano con la palla al piede di un passato di piombo e miele vive come una minaccia il cambiamento, e la sua apologia è presagio, prima, complicanza patologica poi, di un male già iniettato in vena come tetano dalle forbici che gli hanno reciso la giugulare del sogno.

Ho vissuto l’apologia del cambiamento come “offesa personale”, dove si legga per offesa=ferita.

Minaccia frontale alla perpetuazione dello status quo nei panni di vestale superstite del fuoco di un passato sterilizzato dall’autoesposizione. Asettico, dunque, ma anche fatuo.

Poi la velocità dei vortici d’aria che mi hanno travolta le dita innalzate ad assi precarie a sostegno del residuo secco di una storia spaccatasi dentro da anni, al centro del tronco, mi ha costretta (o consigliata) di alzare con prudenza il viso e guardare, nei mulinelli del vento misto a polvere, dove erano state spinte le mie caviglie nella furia dell’uragano.

Mi sono trovata capace di alzarmi. Mi sono scossa le mani e massaggiato i polsi. Ho tastato con prudenza ogni parte di me per ritrovarmi, tutto sommato, illesa.

Ma con la sostanziale mutazione di stato che oggi mi è maturato in mano, l’agorafobia di una inconsueta libertà.

Che non è come banalmente appare una libertà da single. E’ una libertà da me, dalle mie trame, dalle mie magie per continuare a nutrire l’incantatore che suonava per mantenere incantato e vivo il serprente dentro di me. E in quel serpente, avevo finito, con gli anni, di infilarmi di centimetro in centimetro anche io, identificandomi con il mio sentire e il mio sentimento, incapace di strisciare oltre.

La mia indiscutibile presunzione, i miei occhi da mosca mi hanno sostenuta nel passo ulteriore.

E ho bevuto il siero del cambiamento previa radicale mimetizzazione nelle prospettive dell’uragano al fine di assorbirne quella parte che mi serve a mettere in atto la definitiva mutazione in un’altra forma. Così il cambiamento ha assunto anche per me un valore, di diverso segno, ma nella stessa direzione.

La creatura che sopravvive al diluvio universale, all’ecatombe, all’apocalisse è quella che è capace di mutare scoprendo dentro di sé le branchie, senza disconoscere le cicatrici lasciate dalle ali cadute.

Cancellare il passato, gettare nello scolo e nello scarico del lavello parole, pensieri, messaggi che provengono da lì, non appartiene alla mia struttura genetica.
Inorridisco al pensiero della capacità di cestinare una mail o buttare via lettere ancora sigillate in cestini veri o virtuali. Tuttavia sono ad un punto di svolta ad angolo così acuto che non posso indugiare a seguire il percorso retroverso delle linee già disegnate, ma devo mettere a fuoco i tratteggi che idealmente delineano il corso futuro, tuttavia senza evitare di operare un riciclo dei materiali accumulati in questi cinque decenni di vita che costituiscono buona parte della mia ossatura.

Le relazioni umane sono sostanziate di strati multimateriale. Immagino sempre che abbiano vita breve quelle tessute di una sola trama di filo, sebbene di colore acceso. Le relazioni sono tutte sottoposte ad usura e si autoconservano nella misura in cui ognuno degli strati fa da cuscinetto all’altro, cosicché, ad esempio, in tarda età e spenti i fuochi ormonali, siano l’attrito delle conversazioni e delle parole a mantenere accesi i falò, anche nella notte che scende.

Ora, io sono convinta di avere vissuto una relazione di altissimo spessore, nella quale il cementante unico rappresentato dalla comunicazione ha assunto una polifonia di forme totalizzante, capace di investire e coprire ogni campo e settore.

Gli uomini hanno dieci dita perché a perderne cinque potranno comunque conservare una certa capacità di presa e di manipolazione della realtà.

Così è l’amore. Una dicitura che secondo me è una convenzione e un lemma tanto ampio da diventare generico e vuoto di senso.

Naturalmente, ognuno è fatto di una stoffa. La mia è sostanziata di comunicazione; non dico “parole”, perché è di più.

Quello che dico è che c’è un nocciolo profondo in ogni relazione. Uno diverso per ciascuna relazione. Un nocciolo che è anche un’impronta. Intorno tutto il resto può perfino diventare coreografia, ma se estirpi il nocciolo, generi il crollo.

Il nocciolo della storia che ha cucito insieme tutti gli ultimi miei dieci anni è l’interrelazione, la comunicazione, la comprensione, la conoscenza, lo scambio.

Ora, la creatura emersa dalla lava rappresa dell’eruzione, l’organismo monocellulare rimasto a galleggiare nell’acqua dell’alluvione, il serpente nudo uscito dalla pelle secca dell’incantesimo rotto allo spezzasri del flauto, ha filtrato nelle branchie questo succo vitale della comunicazione e se ne è servita come balsamo sulle proprie mutilazioni, come colla per riattaccare frammenti, come cemento per riconnettere strade divenute divergenti. Su questa base, dall’alto di questa montagnola che si è eretta sopra il panorama della devastazione più irreversibile dello status quo, ho cominciato a lasciare che il sole mi asciugasse addosso i panni e le lacrime, non molte, negli occhi. E ho cominciato l’inventario del sopravvissuto, incappando, con una certa sorpresa, in spezzoni di catene infrante. Le ho riconosciute come quelle che mi legavano alla mia necessità, che credevo vitale, di tenere in vita un sogno, un amore.

Tagliato il cordone, dopo un’apnea, non mi sono ritrovata a boccheggiare, ma a respirare in altro modo la stessa miscela che sostanziava l’atmosfera del pianeta da cui provenivo prima della deflagrazione. La sostanza è intatta. Non siamo diventati muti. Io non sono divenuta sorda per salvarmi dalla violenza dello scoppio. Anzi, ho affinato l’udito. Ma soprattutto ho scoperto che ero viva. Che l’incanto era spezzato, che non avevo più la paura di morire quando sarebbe accaduto, perché era accaduto ed ero viva.

Oggi si diluisce e scorre via la “patologia” di un amore sclerotizzatosi in un sogno già da anni mutilato dalla tirannia del tempo e dalle asincronie dei tempi.

Sono libera da ogni incolpevole colpa, da ogni irrimpiangibile rimpianto. Sono libera da un incantesimo. E’ questo che ripeto e sento.

Libera e ricca come chi non ha più niente e non può che cominciare a raccogliere non avendo più niente da perdere.

Ogni mia paura, ogni mia attesa di dolore è stata agita, l’ho vista in scena e sto uscendo dal teatro illesa come ero prima di entrarvi, ma con i polsi sciolti dai legacci delle mie paure, delle mie attese pavide delle minacce del futuro.

Al passato, la vita diventa innocua.

Sto imparando una lezione che ha impiegato mezzo secolo a maturare.

Passa corrente ora in luci che ho dentro e che dovevano restare spente per consentire i giusti giochi d’ombra e luce all’allestimento delle sale dove esponevo i quadri dipinti dal passato.

Ora le sale sono state spazzate. E da una tromba d’aria. Ma non inaspettata. Il che ha attutito lo schianto.

Una tromba d’aria che, mi si può credere, da un certo momento era diventata addirittura aspettata.

C’è un sollievo nel trovarsi ora dinanzi alla propria definitva dismissione e scoprire che al posto del lutto prende corpo ora una sorta di resurrezione.

Posso distrarmi, ormai, dal coltivare fiori di serra appassiti tenendo sul naso occhiali truccati con dentro, sul vetro, il disegno di quei fiori appena sbocciati.

E recuperato quel tempo dedicato al giardinaggio della memoria, innaffiare la nuova vegetazione emersa dalla mutazione. E le mie energie, per dissodare il terreno della vita che (mi) resta per seminare nuove forme di aiuole e magari scoprire, che mentre sono china a prendermi cura delle foglie delle gemme delle mie piante, dei fiori che ho partorito anni fa sui miei rami, disimpegnata dalla cura di me, un braccio di sole si tende lentamente e in silenzio ad accarezzarmi le spalle.

Pasqua 1968

camandorli

– Voglio camminare sul muretto, papà! Guarda! Guarda come sono brava! Faccio l’equilibrista. Brrrista!
Ride. Ha una risata che lava l’aria e schizza dagli occhi come una fontana.
– Non mi lasciare la mano, pa’. Ho paura. Tienimi, papà!
– Devi fare da sola. E’ facile; non avere paura. Ti lascio piano piano e tu provi e vedi che è facile.
– No, papi, no!

– Guarda avanti. Non devi guardarti i piedi. Guarda diritto davanti a te, senza guardarti i piedi. Guarda avanti. Così fanno anche gli equilibristi.
Non posso guardare diritto davanti a me. Diritto davanti a me ci sei tu. Perderò l’equilibrio e ti cadrò in quello sguardo profondo che mi regge con gli occhi, e mi fissa negli occhi e per una frazione di istante sembra scivolarmi sul seno e accarezzarlo per lo spazio di una distrazione breve.
Ma probabilmente mi sbaglio. Ed è il mio seno che guarda i tuoi occhi, per aggrapparsi e non scoppiare.
– Guarda avanti, per non cadere. Non ti devi guardare i piedi. Guarda solo diritto davanti a te.
Non riesco a guardare avanti. Avanti, di fronte a me ci sei tu. Perderò l’equilibrio, mi farai cadere.
– Guarda avanti, su, è facile.

– Guarda avanti, su, è facile.
Non ci riesco, mantienimi la mano, dai papà!
– No, no, guarda avanti, su. E’ facile!

Non l’ho mai saputo fare. Guardare avanti. So coltivare orchidee di vetro in serre riscaldate ad alito.
So nutrire piccoli zoo di cristallo e prendermi cura dei palpiti lasciati cadere nel fremito d’agonia d’ogni foglia caduta sul viale. Ma non so guardare avanti.
Sono retroversa. Ho lo sguardo retroverso. Come l’utero retroverso.

– Il destino qualche volta è anche nell’incontro fatale tra un cazzo storto e un utero retroverso.
Ci vuole una scopa d’erica a spazzare via i ricordi, come un mazzetto di ciglia dure. Dure abbastanza da spazzare e ripulire il viale, il prato e me.

I ricordi son piante pessime. Hanno radici che rendono sterile il terreno e rubano acqua al futuro.
Sono bambini capricciosi, abili nei ricatti. Battono i piedi e si finisce per riprenderli in braccio.

– Prendimi in braccio, papino, voglio scendere!
– Non fare la scema!

– Non fare la scema!
– Ma io sono contenta! Non faccio la scema, sono contenta che mi hai chiamato…
– Sì, ma non c’è bisogno che fai la scema.
Ci resto così male, mi vergogno così tanto d’essere sembrata così bambina, e tu dall’altro lato del telefono vuoi solo raccontare come va, lì, all’estero. E io vorrei fare la scema, la scema e dire e dire e dire “Come sono contenta! Sono troppo contenta”.
– Non fare la scema!

– Non fare la scema!
– Voglio scendere, papà, prendimi in braccio, e su!

Il sole è caldo come il sangue di una primavera scoppiata nell’impeto di un cuore di melograno.
La luce. C’è una luce che ci avvolge d’incendio bianco. Un silenzio che fa spazio al vento lieve, al fruscio delle ali, all’erba che scricchiola piano mentre si piega sotto i passi lenti, allegri.

– Guarda, papi: ho trovato cento lire!

Ha un sorriso. Ha quel sorriso bianco e largo. Ha quel sorriso curato con maniacale premura, ha quel sorriso candido all’ombra dei capelli neri. Un uomo bellissimo. Quelle foto dove sembra un attore…

– Un’altra, un’altra! Ho trovato un’altra cento lire! Ma sono fortunatissima. For-tu-na-ti-ssssima!
– Saranno cadute dalla tasca di qualcuno…
– Qui sembra che non passa mai nessuno. Sono proprio fortunata, papi. Ehi! Un’altra! Altre cento lire… e, aspetta, lì ce n’è un’altra, altre due!
– E’ incredibile.
E’ il sorriso di un gatto. Si diverte a divertire. Si diverte a divertirsi.
– Non ci posso credere! Sto trovando un sacco di monetine. Ma ci pensi se passava un’altra bambina un minuto prima di me?!

Niente. Non avrebbe trovato niente, se fosse passata un’altra bambina un minuto prima di me.
Lui era sceso con la tasca piena di monetine, e le lasciava cadere per divertirsi a vedermi sorpresa, per vedermi eccitata dall’essere così “fortunata”.
Non lo vedo mai buttarle per terra una dopo l’altra. Non so come fa. Ma capisco col tempo che era lui, la sua tasca riempita apposta per la mia sorpresa, la mia fortuna.

– Appena arrivo a casa le faccio vedere a mamma quante ne ho!…
Ma, non si dispiace mamma che noi ce ne andiamo solo noi a fare le passeggiate e lei sta a casa?
Non vuole che stiamo a casa pure noi?
– No, mamma è più contenta. Non vuole tanta gente tra i piedi quando deve cucinare.
A mamma e zia piace così: che non ci sta nessuno quando cucinano. Hanno tutte quelle cose da fare e mamma è contenta che tu stai con me.
– Glielo dico appena torno che sono stata così fortunata. Sono diventata ricca, oggi, papà! Guarda quante! Guarda quante ne ho di cento lire. Un sacco, un sacco proprio!
– Andiamo?
– Uffa!
– Andiamo, dai.

– Andiamo?
Non rispondo, fingo di non sentire. Non voglio andare. Parlo d’altro.
Parli d’altro. Mi segui un po’ nello sguardo che si perde nei viali inondati di mandorli. Assecondi il mio indugiare sfacciato. La seconda volta lo chiedi un po’ più forte. Ma resti seduto.
La terza ce ne andremo. Lo so. Lo sai.
Non facciamo che andarcene. Ce ne andiamo da anni. E questa è la volta che non torneremo più.
Lo sanno i fiori bianchi, gli pneumatici che si sciolgono al sole e i cani prigionieri che ci abbaiano contro mentre cerchiamo un eremo passeggiando nel sole.

– Questo giorno è troppo bello. Questo fatto è proprio un divertimento. Sembra una puntata delle storie che racconti tu, papà. Ce lo metti questo fatto di una bambina che trova i soldini su un sentiero di montagna, papà? E poi inventi che succede. E dai, e dai!

I racconti. I racconti dei libri inesistenti non finiscono mai. L’ultimo è scritto sulle labbra di un uomo che muore. Oggi vorrei che mi tornasse in mente l’ultimo “episodio” quale fu, di quel libro che fingeva di leggere la sera. Il solo alone della luce accesa sulla scrivania nel velluto morbido della stanza immensa intorno a lui. Duemila volumi. Ma quando passavo per la buonanotte mi diceva “Sto leggendo una storia per te, aspettami che ora vengo e te la racconto”.
Ero la bambina innamorata del ragno. La sua figlia e amante, io.
Sprofondavo nel buio delle lenzuola per risalire solo quando ritornava meno spaventosa la storia e l’avventura finiva in ridere, una volta di più.
E stesa nel letto ascoltavo. Ed ero in quelle storie anch’io.

Raccontavi. Dieci storie che ogni volta diventavano nuove. Raccontavi tra le virgole delle carezze.
E stesa nel letto ascoltavo. Ed ero in quelle storie anch’io.
“Ti stancherai di me quando avrò finito le mie storie”.

Io sono vestale di memoria. Non mi so stancare.
I percorsi disseminati di sorprese e di paure.
Gli equilibri sui muretti. Il baratro accanto, la strada di qui, dove tenete le vostre gambe attaccate al suolo, mentre io volo, volo. Ed ho paura.
Perché mi lascerete la mano. E davanti io non so guardare.

Mi fisso i piedi. E non ci sono monetine su questa strada di una Pasqua tardiva.
E sono io, oggi, la mamma indaffarata in cucina.

E voi non ci siete. Non tornerete. Vi siete portati via i sorrisi bianchi e larghi. Belli come le storie.
Quelle vere e quelle inventate per me.

– Guarda avanti. E’ facile.
– No, no. Tienimi la mano, papà!

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E noi che non c’eravamo, certe sere

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Ho immaginato che avremmo fatto questo discorso così, esattamente come lo abbiamo fatto. Sedute per terra al centro del soggiorno, con le gambe incrociate come due indiane.
Ti ho immaginata sgranare gli occhi come hai fatto quando mi hai sentita spiegare che stavo per proporti di prenderci per mano e saltare insieme ad occhi chiusi da quella finestra che ogni giorno ci sorveglia con le persiane aggrottate, i vetri che lacrimano una condensa sporca nei momenti in cui colmiamo la stanza di fiato.
Sorridevamo.
Poi non lo sapevamo – in quel momento ci sfuggiva di mano – che due giorni dopo avremmo spalancato davvero le porte dei balconi e tu mi avresti spinta, curiosa e disperata chiedendomi di farlo e poi domandandomi “come farai?”.
Le nostre impronte sedute marcano il territorio dove le natiche hanno scaldato i mattoni e le parole zigzagato su progetti in carta millimetrata trasparente e dipinto a fresco pareti e muri, con le mani in grembo.
Sono passati sulle nostre schiene i giorni; le lasciamo tese, come corde per attutire i tonfi; blandiamo una tregua senza pace vera, e stiamo in guardia. Sappiamo che la bestia ci sorveglia e si lecca il muso dietro i battenti dei denti che battono quei nuovi inverni freddi non ancora arrivati e già tremati.
Scorticare la risposta fino ad arrivare a intravederla e poi rigettarci sopra la coperta in fiamme, raggomitolate entrambe su te stessa.
Tra i lembi estremi di un’uscita o di una resa, teniamo in mano il filo che conduce oltre le gambe di Arianna, più su delle ali di Dedalo.
Noi siamo il labirinto e il dedalo inizia da un piano inclinato. E siamo ancora sul lato sbagliato.
A testa in giù sospese sulle mani, sappiamo quanto ignorare che alla fine dello scivolo l’ultimo atto lo scrivono le forbici.

Per questo tratto in salita ci spingiamo a vicenda come in un trenino di due sole.
Sulla discesa si innalzano scintille dai gomiti puntellati, spariamole come petardi a festa mentre sbattiamo la porta e il rumore fa tremare le scale. Non usiamo la chiave nell’ultimo tonfo per sentirla gridare, questa strada, che noi ce ne andiamo.
A mettere in disordine un’altra vita nel coro di altre voci ed altri accenti, nei profili spigolosi di altre città.
Nessuno da rimpiangerci. Siamo ninfee. Con due e. E ci teniamo, eh.
E a radici recise si corre e scorre un po’ più lievi, come i nostri capelli tra le dita mentre li torturiamo e ci sogniamo calve.
Calve, così, così ci porteremo alla finestra e scriverò sulla condensa anche per te che ci hanno sbagliate, che ci hanno ingannate, che ci hanno portate senza reggerci e lasciate cadere sulle ginocchia. E sulle ginocchia invece di restare a pregare, ci daremo lo slancio come fossimo molle per saltare giusto al centro del vuoto.